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27/05/2026

STUDIO SUGLI UNIVERSITARI A VICENZA.


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Il contesto in cui ci muoviamo L’indagine sugli studenti universitari che frequentano Vicenza si inserisce in un contesto territoriale profondamente cambiato rispetto a trent’anni fa.

Parlare oggi di giovani, formazione universitaria, lavoro e attrattività non significa soltanto osservare le scelte individuali di una generazione, ma interrogarsi sulla capacità del territorio di trattenere competenze, costruire opportunità e garantire ricambio sociale ed economico. Il primo dato riguarda la consistenza demografica delle nuove generazioni.

Nel 1996 i giovani tra i 18 e i 34 anni in provincia di Vicenza erano 210.887, all’interno di una popolazione complessiva di 759.237 residenti.
Nel 2026 sono scesi a 157.043, mentre la popolazione totale è aumentata fino a 855.212 residenti.

In trent’anni, dunque, la provincia è cresciuta nel numero complessivo di abitanti, ma ha perso oltre 53 mila giovani nella fascia più direttamente legata alla formazione universitaria, all’ingresso nel lavoro e alla costruzione dei percorsi di autonomia.

Questo dato aiuta a comprendere perché il tema universitario non possa essere considerato marginale.
Gli studenti non rappresentano soltanto una componente del sistema formativo, ma una parte sempre più preziosa della struttura demografica e produttiva del territorio.


La loro presenza, le loro aspettative e le loro scelte future incidono direttamente sulla capacità della provincia di Vicenza di rinnovarsi.
La questione diventa ancora più evidente se si guarda al ricambio generazionale previsto nei prossimi quindici anni.
Oggi, in provincia di Vicenza, le persone che hanno tra i 3 e i 18 anni sono 118.787, mentre quelle che hanno tra i 52 e i 67 anni sono 216.684.
Questo significa che, nei prossimi quindici anni, il potenziale ingresso di nuove generazioni nel mercato del lavoro sarà molto inferiore rispetto alla possibile uscita delle generazioni più mature.
La differenza stimata è pari a quasi 98 mila persone in meno: un delta che non può essere letto come una previsione meccanica, ma che segnala con forza il rischio di uno squilibrio strutturale tra chi entrerà e chi uscirà dal sistema produttivo.

A questo quadro si aggiunge il tema della mobilità giovanile.
In Veneto gli espatri delle persone tra i 18 e i 39 anni sono cresciuti in modo significativo negli ultimi anni, fino a raggiungere nel 2024 un valore vicino alle 9 mila unità.
Il 2024 rappresenta l’anno più alto della serie considerata e segnala una tendenza che appare ormai consolidata: una parte crescente dei giovani veneti guarda all’estero come spazio possibile per costruire il proprio percorso di vita e di lavoro.
Il dato diventa ancora più rilevante se si osserva il livello di istruzione di chi parte.
Tra gli italiani e le italiane di 25-39 anni che nel 2023 hanno lasciato il Veneto per trasferirsi all’estero, il 57,7% possedeva una laurea o un titolo superiore.
In termini assoluti, si tratta di 2.529 espatri di giovani italiani laureati, a fronte di 812 rientri dall’estero con caratteristiche analoghe.
Il saldo, quindi, è fortemente negativo e riguarda proprio la componente più qualificata della popolazione giovanile.

La mobilità, tuttavia, non riguarda soltanto l’estero.
Anche all’interno del Nord Italia il Veneto mostra una difficoltà nel trattenere giovani laureati.
Secondo l’analisi riportata nel rapporto, tra il 2011 e il 2024 il Veneto registra un saldo negativo di 8.411 laureati tra i 18 e i 34 anni nei confronti delle altre regioni del Nord.
Le principali destinazioni sono la Lombardia, con un saldo negativo di 4.848 unità, l’Emilia-Romagna, con -1.934, e il Trentino-Alto Adige, con -1.132.
Questi dati mostrano che la competizione per i giovani qualificati non si gioca soltanto tra Italia ed estero, ma anche tra territori vicini.
Lombardia, Emilia-Romagna e TrentinoAlto Adige appaiono più capaci di attrarre o trattenere laureati, mentre il Veneto rischia di trovarsi in una posizione intermedia: un territorio economicamente forte, ma non sempre percepito come altrettanto competitivo sul piano delle opportunità, dei percorsi professionali, dei servizi e della qualità complessiva dell’esperienza giovanile.

Dentro questo scenario si colloca l’indagine sugli studenti universitari a Vicenza.

Il questionario, basato su un campione di 304 studenti che frequentano le lezioni in città, non va quindi letto solo come una rilevazione sulla soddisfazione degli studenti, ma come uno strumento per comprendere quanto Vicenza sia oggi capace di essere non solo luogo di studio, ma anche luogo di vita, crescita, relazione e futuro.
Il punto centrale è questo: in una provincia con meno giovani rispetto al passato, con un ricambio generazionale sempre più difficile e con una crescente mobilità dei laureati verso l’estero e verso altre regioni del Nord, il sistema universitario diventa una leva strategica. Rafforzare l’esperienza universitaria, migliorare i servizi, costruire connessioni più forti con il lavoro e rendere la città più attrattiva per gli studenti significa intervenire direttamente su una delle sfide decisive dei prossimi anni: trattenere e valorizzare le nuove generazioni.

L’indagine sugli universitari a Vicenza L’indagine, basata su un campione di 304 studenti universitari che frequentano le lezioni a Vicenza città, offre un quadro articolato del rapporto tra sistema formativo, territorio e prospettive future, mettendo in luce non tanto singole criticità, quanto una configurazione complessiva ancora in evoluzione.

  1. Una scelta universitaria solida sul piano formativo, con margini di sviluppo esperienziale
    La scelta dell’università di Vicenza è fortemente orientata alla qualità dell’offerta didattica: l’87,5% degli studenti indica questo come principale fattore decisionale. Si tratta di un dato particolarmente rilevante, che segnala una percezione positiva e consolidata dei percorsi formativi presenti sul territorio. Al contrario, altri elementi tipicamente associati all’esperienza universitaria – come l’ambiente, il prestigio o la dimensione relazionale – risultano molto meno incisivi (ad esempio, l’ambiente universitario è indicato solo dal 3,9% degli studenti). Questo squilibrio non rappresenta tanto una criticità quanto un’indicazione di sviluppo possibile. Vicenza appare infatti come un sistema che funziona bene nella sua componente accademica, ma che può rafforzarsi nella costruzione di un’esperienza universitaria più completa.

  2. Una qualità della vita riconosciuta, ma non ancora pienamente valorizzata
    Il contesto territoriale viene valutato positivamente dagli studenti: il 76,9% si dichiara soddisfatto della qualità della vita nel luogo di studio, con una prevalenza di giudizi abbastanza soddisfatto (67,7%) rispetto a quelli molto soddisfatto (9,2%). I principali punti di forza individuati sono la vicinanza geografica (54,6%), la qualità della vita (34,9%) e le opportunità lavorative (30,9%). Vicenza offre quindi buone condizioni di contesto, che tuttavia non sono ancora pienamente valorizzate come elemento distintivo dell’esperienza studentesca.

  3. Una domanda esplicita di rafforzamento dell’ecosistema studentesco
    L’analisi dei servizi restituisce un quadro differenziato. Alcuni ambiti registrano valutazioni positive, come i servizi sanitari (3,18), i servizi digitali (3,11) e la sicurezza (3,1). La scala era da 1 a 5. Al contrario, emergono valutazioni più contenute nei servizi che incidono direttamente sulla vita quotidiana degli studenti, tra cui il trasporto pubblico (2,69), la ristorazione e mensa (2,7) e gli impianti sportivi (2,51). Il 61,1% degli studenti indica la necessità di spazi più adeguati allo studio e all’aggregazione, seguito dalla richiesta di un ambiente universitario più dinamico (38,9%).

  4. Incertezza nelle traiettorie post-laurea e bisogno di orientamento
    Il 39,5% degli studenti prevede di entrare direttamente nel mercato del lavoro, mentre il 22,4% intende combinare studio e lavoro e il 14,5% proseguire gli studi. Il 23,7% dichiara di non aver ancora deciso. Le priorità nella scelta del lavoro sono la retribuzione (57,2%), l’ambiente lavorativo (38,8%), le opportunità di crescita (36,8%) e la conciliazione vita-lavoro (34,2%). Uno studente universitario su quattro dichiara di voler iniziare a lavorare all’estero. Quasi uno studente su tre dichiara invece di voler continuare a studiare all’estero.

  5. Attrattività del contesto e competizione con l’estero
    Uno degli elementi più rilevanti emersi dall’indagine riguarda la percezione comparata delle opportunità offerte dal contesto locale rispetto a quelle internazionali. Il 78,3% degli studenti ritiene che le aziende all’estero siano più attrattive rispetto a quelle italiane, un dato che evidenzia una distanza significativa in termini di immaginario e aspettative.
    Le motivazioni alla base di questa percezione non sono esclusivamente economiche. Accanto alla dimensione retributiva, che resta centrale, emergono con forza aspetti legati alla qualità complessiva dell’esperienza lavorativa: maggiori opportunità di crescita professionale, migliore equilibrio tra vita e lavoro, contesti organizzativi percepiti come più dinamici e meritocratici.
    Questo indica che la competizione non si gioca solo sul piano del salario, ma su un insieme più ampio di fattori che definiscono la qualità del lavoro e della vita.
    In questo quadro, il dato relativo alla mobilità potenziale è particolarmente significativo: il 22,9% degli studenti dichiara esplicitamente l’intenzione di lavorare all’estero.
    Si tratta di una quota non marginale, che segnala una propensione concreta alla mobilità internazionale e una disponibilità a costruire altrove il proprio percorso professionale.
    Parallelamente, le motivazioni di chi sceglie di rimanere nel territorio locale contribuiscono a chiarire ulteriormente il quadro. Il 45,7% degli studenti indica nei legami familiari e relazionali la principale ragione per restare, mentre solo il 26,1% richiama fattori legati alle opportunità lavorative.
    Questo squilibrio è particolarmente rilevante, perché suggerisce che la capacità attrattiva del territorio è ancora fortemente legata a elementi esterni al sistema economico e professionale. Emerge una tensione tra radicamento e apertura: da un lato, il territorio mantiene una capacità di trattenere i giovani grazie alla rete sociale e alla qualità della vita; dall’altro, fatica a competere sul piano delle opportunità percepite e delle prospettive di crescita.

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