Intervista a Berthold Huber, presidente dell’IG Metall, del quotidiano “Die Welt”, di cui ha parlato anche la stampa italiana. Ha fatto sensazione che la IG Metall per la prima volta rinunci a fare, per il rinnovo annuale del contratto, una richiesta salariale precisa, per concentrare il confronto sull’occupazione. Nel frattempo, invece, l’altro sindacatone tedesco, quello del pubblico impiego e dei servizi “Ver.di”, non rinuncia alla classica piattaforma salariale, chiedendo un aumento in percentuale del 5 per cento per i dipendenti dello Stato e dei comuni.
Traduciamo di seguito integralmente l’intervista a Huber.
“Sparare grosse cifre non spaventa più nessuno”
Il capo dell’IG Metall Huber vuole concordare con i datori di lavoro un “pacchetto occupazione” rinunciando a richieste di aumenti salariali in percentuale.
Intervista di Stefan von Borstel e Flora Wissdorff, “Die Welt” 8 febbraio 2010.
Signor Huber, la Presidenza della IG Metall si riunisce martedì a Francoforte per decidere un rapido negoziato per il rinnovo del contratto. Cosa chiederete?
L’industria metalmeccanica ed elettrica attraversa la crisi più pesante dal 1945, anzi siamo nella situazione più difficile dalla grande crisi economica mondiale di 80 anni fa. Abbiamo bisogno di nuove soluzioni, non possiamo più dare sempre le stesse risposte. Adesso la questione è evitare che la crisi precipiti in catastrofe. Dobbiamo salvaguardare i posti di lavoro. Questa è la grande sfida per il 2010, e probabilmente anche per l’anno prossimo. Abbiamo bisogno di strumenti per evitare che centinaia di migliaia di persone predano il posto di lavoro.
Vi congedate dunque dagli abituali rituali contrattuali?
Non accetto l’accusa di ritualismo per i normali percorsi contrattuali. Non ho nulla contro i rituali. I rituali sono anche affatto positivi. Ogni società ha bisogno rituali, basti pensare alla domenica. Perciò non deporremo i nostri fischietti e le nostre bandiere rosse. Con quale altro colore dovremmo andare in giro? Il rosso è un bellissimo colore.
In questa tornata contrattuale si parlerà di occupazione e non di salario? Dovranno i metalmeccanici abituarsi all’idea di una tornata a risultato zero?
Non vi sarà un pacchetto occupazionale senza un chiarimento sulla questione salariale. Noi vogliamo comunque la garanzia del salario reale. Se questa debba avvenire con una “una tantum” o con un aumento lineare, lo discuteremo nel negoziato.
Non vi sarà per la prima volta una richiesta di aumento con una percentuale precisa?
Se vogliamo rimanere fedeli alla nostra linea fin qui perseguita, e cioè che l’occupazione sta al primo posto, dovremo allora avviare i colloqui con i datori di lavoro senza porre condizioni. Non voglio anticipare quel che deciderà la Presidenza della IG Metall. Ma è chiaro che la nostra posizione negoziale non migliorerà con un’elevata richiesta salariale in percentuale. Nessuno può pensare seriamente che sparare grosse cifre spaventi qualcuno. Attualmente abbiamo nell’industria una situazione difficile, con la produttività che ha avuto una forte flessione. E qui sta una delle nostre grandezze di riferimento. Bisogna procedere razionalmente. La faccenda del contratto non è un concerto di desiderata.
Ma potrà piacere questo alla base? Ci sono pur sempre anche aziende per le quali le cose stanno andando bene.
Qui ci troviamo di fronte a una decisione: siamo per una politica contrattuale solidaristica, o per una politica contrattuale aziendale? La decisione nella IG Metall è già stata presa da cinquant’anni: noi siamo per una politica contrattuale solidaristica.
Che cosa significa la peculiare situazione di crisi per i tempi di vigenza del contratto?
Una ripresa dei nostri settori per il 2012 è una valutazione ancora ottimistica. Per salvaguardare l’occupazione abbiamo bisogno di un tempo lungo di vigenza.
E per quel che riguarda i salari?
Non saprei dire che cosa dovrebbe richiedere la IG Metall nel febbraio 2011, oggi non lo sa nessuno. Perciò per le retribuzioni si raccomandano tempi brevi di scadenza.
Una aspetto particolare di questa tornata contrattuale è che voi volete coinvolgere la politica nella tutela dell’occupazione. Cosa volete in concreto?
I licenziamenti sarebbero anche per lo Stato sociale la più costosa tra tutte le varianti. Noi dobbiamo attraversare questo periodo difficile almeno fino al 2012. Ci occorrono strumenti per farcela a superare la crisi. Posso solo raccomandare alla politica di guardare in faccia i problemi. In primo luogo l’alleggerimento degli oneri delle imprese attraverso gli sgravi contributivi deve essere esteso parallelamente al già prolungato ricorso all’orario ridotto. In altre parole, ci deve essere una sincronizzazione fino al 2012.
E in secondo luogo?
Può essere che l’orario corto congiunturale non sia più possibile o diventi troppo caro per le aziende. Perciò parliamo di un nuovo orario contrattuale ridotto, che possa risultare più favorevole per le imprese. Si tratta di un abbassamento dell’orario da 35 a 28-26 ore. Questo però funziona per gli occupati non senza una compensazione salariale parziale. E qui proponiamo che questa compensazione salariale parziale abbia una scadenza e sia libera da contributi.
In altre parole, il pacchetto occupazione è condizionato dal fatto che la politica interviene attraverso il sostegno dell’Agenzia federale del lavoro al lavoro ridotto congiunturale o contrattuale?
Sì’, solo così può funzionare.
E cosa succede se la politica non ci sta?
Noi non firmiamo assegni privi di copertura. Semplicemente, noi non siamo in grado di sostenere ciò a livello contrattuale, perché i nostri colleghi si scontrano con limiti finanziari.
La ministra del lavoro von der Leyen dice che non possono esserci soluzioni solo per un settore.
E tuttavia noi abbiamo bisogno di soluzioni specifiche settore per settore. Già adesso la stragrande maggioranza degli 1,1 milioni di lavoratori a orario ridotto rientra nei nostri settori. Una Germania senza industria metalmeccanica ed elettrica non esiste. Siamo noi a produrre il benessere. Ai partner negoziali si richiedono conclusioni differenziate. Ed è quello che facciamo. Ma lo Stato deve essere in condizione di fornire risposte differenziate. Non è un risposta convincente dire facciamo tutto uguale; oppure: non facciamo nulla.
Come intende convincere la politica a sovvenzionare per anni con miliardi l’industria metalmeccanica?
Parlare qui di sovvenzioni è solo polemica. Non si tratta di sovvenzioni durevoli, bensì del fatto che abbiamo da affrontare un periodo di transizione.
Ma che ne è dei comparti che sono in crisi strutturale, come per esempio le macchine da stampa? A queste un periodo di transizione non sarebbe di alcuna utilità.
E che ne facciamo allora degli ingegneri e dei tecnici di questo comparto? Qui abbiamo bisogno di un allungamento del trasferimento del sussidio per l’orario ridotto da 12 a 24 mesi. Non è possibile semplicemente licenziare tutta la forza lavoro specializzata. Dobbiamo affrontare il problema in modo offensivo. Il mercato non aggiusta queste cose.
Ma ciò costerà più caro ai contribuenti.
Già lo finanziano i lavoratori e i datori di lavoro con i loro contributi.
L’Agenzia federale del lavoro avrà bisogno nel 2010 di un contributo dello Stato di 16 miliardi di euro. E questo lo paga il contribuente.
Al momento l’Agenzia interviene ancora attingendo alle eccedenze degli anni precedenti. E queste, come ho già detto, sono state accumulate grazie ai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. E anche il contributo per il 2010 sarà ripagato. E non dimentichi che la disoccupazione è la più costosa di tutte le possibilità.
L’Agenzia federale non ce la farà mai, bisognerebbe elevare la contribuzione.
Certo, e allora? Attualmente siamo a un tasso di contribuzione del 2,8 per cento. Non è scolpito nella pietra. Sarebbe meglio elevare il tasso moderatamente, per preparare anni migliori e garantire un minimo di copertura finanziaria. Questa cosa ha funzionato negli ultimi anni. In tempi difficili lo stato non è obbligato a contribuire in modo uniforme.
Non sono solo i 3,5 milioni di lavoratori metalmeccanici a pagare i sussidi di disoccupazione. Perché gli oltre 20 milioni di occupati coperti da assicurazione sociale obbligatoria dovrebbero pagare per l’industria metalmeccanica?
Certamente, ma se a loro volta anche questi altri lavoratori vengono a trovarsi nella medesima situazione, anch’essi possono rivendicare il sussidio per l’orario di lavoro ridotto. Questo è il compito dello Stato sociale, cioè di provvedere all’equità e alla solidarietà. L’industria metalmeccanica ed elettrica ha fatto la parte del leone nelle ricadute positive dei periodi di crescita. Se sono colpiti i lavoratori di altri settori, saranno in prevalenza i contributi dei loro colleghi dell’industria metalmeccanica a finanziare il loro sostegno.