Intervista a Luigi Copiello
«Sono pochissime le aziende che fanno formazione professionale Eppure è fondamentale: dopo la crisi non faremo più le stesse cose»
I disoccupati sono sempre di più: 2milioni 138mila secondo gli ultimi dati Istat, solo negli ultimi due mesi in Italia se ne sono aggiunti 57mila. Nel 2010 per il pacchetto welfare che tutela le fasce più colpite dalla crisi il governo ha
previsto 1,125 miliardi di euro e nell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle nella sola provincia di Vicenza 65 mila lavoratori tra disoccupati, in mobilità, in cassa integrazione e destinatari di altri ammortizzatori sociali hanno ricevuto 200 milioni di euro, cifra record nel Veneto che traduce la portata della situazione che stiamo vivendo.
Si tratta di sostegni fondamentali per far fronte alla crisi. Il problema – dice chiaro Luigi Copiello, segretario provinciale CISL – è che questo periodo in cui in generale si è lavorato poco o per niente avremmo dovuto investirlo sui lavoratori stessi per meglio far fronte alle sfide del dopo-crisi, ma invece lo stiamo sprecando.
Copiello, gli ammortizzatori sociali sono stati rinnovati, ma i senza lavoro aumentano ancora.
Come stiamo usando questa lunga fase di transizione della crisi?
Il problema è proprio questo: stiamo perdendo tempo, stiamo sprecando un’occasione. L’ho già sottolineato al congresso CISL lo scorso anno: c’è una montagna di soldi sulla formazione – i fondi impresa già pagati da lavoratori e aziende – ma sono pochissime le aziende che fanno formazione, riqualificazione professionale. Eppure è fondamentale: la crisi prima o poi finirà, ma non ci rendiamo conto che non faremo più quello che facevamo prima, o come prima, per cui dobbiamo attrezzarci per le sfide che ci attenderanno dopo la ripresa stessa.
Forse dovrebbero essere previsti meccanismi che obblighino alla formazione nei periodi in cui non si lavora.
Sono d’accordo: bisognerebbe obbligare alla formazione. E ci vorrebbe niente visto che i soldi ci sono: basterebbe un accordo sindacale. Solo che lo devono volere anche le aziende.
Dovrebbe essere una formazione efficace e mirata, però. Anche per le piccole e medie imprese.
Sono convinto che se fosse una pratica diffusa tra le imprese più grandi, queste farebbero da traino per le altre. E abbiamo proposto pure laboratori formativi nelle aziende, anche con personale interno. La formazione sarebbe un utile investimento anche in quelle imprese, e ci sono, che rifiutano la cassa integrazione per cultura e orgoglio, ma che non hanno sufficiente lavoro.
In questa fase può accadere di tutto.
Ci sono anche casi in cui dipendenti sono stati posti in cassa integrazione ma se arriva un ordine li si richiama in fabbrica a lavorare “in nero”?
Non mi stupisce, è un rischio che abbiamo accettato, data la situazione. La crisi ha necessariamente allentato i controlli sulle procedure per la necessità di renderle più veloci. Data la situazione, si è derogato da alcune norme. Prima, ad esempio, succedeva che la cassa integrazione ordinaria la anticipavano le imprese e il pagamento veniva erogato alle aziende dopo che i lavoratori erano rientrati al lavoro. Oggi sarebbero utili verifiche ispettive a patto che non si blocchino i pagamenti: a farne le spese non devono essere i lavoratori.
L’occupazione oggi quando c’è è per lo più “a tempo”. La precedenza va data a chi è disoccupato, ma la sorprende che chi ha il sostegno della cassa integrazione straordinaria in presenza dell’offerta di un impiego temporaneo, fatti quattro conti, possa rifiutarlo perché conviene stare a casa?
Non mi stupisce perché molte aziende, anche in cassa integrazione straordinaria, riapriranno e al lavoratore si dice di tener duro perché tornerà al proprio posto.
Ma è giusto? Gli ammortizzatori sociali hanno un costo, e molti sono in deroga, data la situazione.
Sul piano del diritto non è giusto, anche se la precedenza va data, appunto, a chi un lavoro proprio non ce l’ha. Il fatto è che, prima della crisi, era un obbligo andare a lavorare per chi, in cassa integrazione straordinaria, era chiamato dai Centri per l’impiego della Provincia oppure dal Comune per lavori socialmente utili. Una norma che è saltata nella confusione generale della crisi. Dovremmo anche tenere presente che la cassa integrazione le imprese industriali se la pagano. Oggi c’è l’intervento pubblico in deroga per tutte quelle imprese artigiane o commerciali fino a 200 dipendenti che per la cassa integrazione non versano una lira. Visto quello che è successo bisogna chiedersi se per il futuro debba essere ancora così. Perché la cassa integrazione debbono pagarla solo le imprese industriali?
In ogni caso visto che trovare un lavoro duraturo è comunque molto difficile, meglio impiegare il tempo imparando cose nuove.
Esatto. È su questo che dobbiamo puntare. Dobbiamo investire sulla formazione, ne va della nostra capacità di competere nella ripresa quando finirà questa crisi.
Le risulta che gli stranieri accettino lavori che, anche in tempo di crisi, gli italiani non vogliono fare?
Sì, anche perché gli italiani qualche risparmio e qualcuno che dà loro una mano spesso ce l’hanno. È anche una conquista. Un extracomunitario venuto qua per lavorare è più facile che accetti qualsiasi impiego. E che facciamo? Li mandiamo a casa?
Ma il lavoro è un problema per tutti. Allora non è vero che è diventato un pezzo di carne che ci si dilania tra italiani e immigrati?
Ecco, appunto: finiamola con certe semplificazioni. Le situazioni sono diverse e ci sono bisogni e atteggiamenti diversi anche tra italiani e italiani, in particolare per quelli che una rete familiare ce l’hanno e quelli che non ce l’hanno più.
Cinzia Zuccon Morgani da IL GIORNALE DI VICENZA
31 gennaio 2010